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David Gilmour, oggi in uscita nuovo singolo ” Yes, i have ghost “

A cinque anni dall’ultimo disco solista “Rattle That Lock”, DAVID GILMOUR torna con il nuovo singolo “Yes, I Have Ghosts” nel quale la figlia Romany canta e suona l’arpa. Il singolo è disponibile da oggi, venerdì 3 luglio, in radio e in digitale (https://SMI.lnk.to/yesIhaveghosts).

«Stavo lavorando a questa canzone quando è cominciato il lockdown e ho dovuto cancellare la sessione di registrazione con i coristi ma, come si sa, non tutto il male vien per nuocere e non avrei potuto essere più felice di scoprire come la voce di Romany si fonde perfettamente con la mia e il suo modo di suonare l’arpa è stata una rivelazione» ha affermato David Gilmour.

Il brano è ispirato a “A Theatre for Dreamers” il romanzo scritto dalla moglie Polly Samson, ed era stato reso disponibile inizialmente solo per l’audiolibro. 

Polly Samson, che ha scritto il testo del brano, racconta: «Collaborando con David – come ho fatto già molte volte in questi 30 anni, scrivendo sia per lui che per i Pink Floyd – siamo riusciti a fondere i mondi della letteratura e della musica per migliorare l’esperienza di ascolto e connetterci con il pubblico in un modo che non credo sia mai stato fatto prima».

Ambientato nell’isola greca Hydra nel 1960, A Theater for Dreamerscattura le giornate afose e soleggiate di una comunità boema espatriata composta da poeti, pittori e musicisti, tra i quali un venticinquenne Leonard Cohen.

Prima del lockdown dovuto all’emergenza sanitaria Covid 19, David, Polly e la famiglia stavano per presentare “A Theater For Dreamers” in un mini tour che avrebbero mescolato parole e musica. Purtroppo, queste date hanno dovuto essere rimandate al giugno 2021. Durante il lockdown, la ‘Von Trapped Family’ ha presentato in streaming su Facebook un assaggio di quello che sarebbe stato lo show. Gli spettatori si sono ritrovati sull’isola greca di Hydra nel 1960, tra letture del libro, poesie, sessioni di Q&A e musica ispirata al romanzo, tra cui anche sezioni strumentali di “Yes, I Have Ghosts” e canzoni di Leonard Cohen.

A Theater for Dreamers” è best seller del Sunday Times ed è stato pubblicato da Bloomsbury.

Audiolibro: https://smarturl.it/atheatrefordreamers

Tra radici, contaminazione e ricercatezza … chiacchierando con Ivan Segreto

E’ difficile per me definire e relegare un artista ad un genere musicale, lo è ancor di più definire chi cerca di cogliere della musica le sue innumerevoli sfaccettature attraverso la sperimentazione.Ivan Segreto artista maturo, con all’attivo decenni di creatività inesauribile e con un consolidato percorso creativo che lo ha visto impegnato a rappresentare la realtà attraverso la sua visione ed il suo concetto di musica .Ho chiesto ad Ivan Segreto di raccontarsi ripercorrendo il suo percorso artistico in costante evoluzione.

Ciao Ivan, sono passati quindici anni dal tuo esordio “Porta Vagnu”. Se dovessi raccontare il tuo percorso artistico, come lo descriveresti?

Un sentiero fortunato, ricco di imprevisti e opportunità, affrontato con il massimo della sincerità e della dedizione possibile.

Quanta Sicilianità c’è nei tuoi lavori, le radici più spesso citate nei tuoi brani sono quelle del tuo territorio?

Con il passare del tempo ho avuto modo di contaminarmi per bene con altre influenze e quindi ho stemperato e, a mio vedere, arricchito questa matrice ma riconosco chiaramente alcuni tratti psicologici e culturali nel mio modo di filtrare la realtà che riconduco al mio luogo d’origine o forse, ancora meglio, al mio karma.

In questi quindici anni hai avuto l’opportunità di collaborare e confrontarti con tanti artisti, hai un aneddoto, un ricordo che ti lega particolarmente a queste esperienze?

Mi piace ricordare la volta che ho incontrato Battiato nell’ascensore di un hotel di cui non ricordo il nome. Sapevamo entrambi che di lì a poco avrei aperto alcuni suoi concerti, sapevamo che era in programma. Mi ricordo che mi invitò a bere una cosa al bar dell’albergo e che non ebbi il coraggio di accettare e rifiutai, era troppo da gestire in quel momento.

La scelta di staccarti dalle Major che risvolti ha avuto in positivo ed in negativo?

La scelta di lasciare la Sony non è stata dettata da alcuna insoddisfazione reale rispetto l’azienda. Ho sempre incontrato persone professionali e cordiali e, non poco, hanno sempre rispettato la mia libertà artistica. La mia è stata una voglia incosciente di esplorare altre possibilità e la convinzione e l’arroganza di bastare a me stesso. Ma anche il voler provare a lavorare con altre persone con diverso background. Dal punto di vista meramente lavorativo è stata una scelta infelice ma dal punto di vista artistico mi ha arricchito molto ed ha temprato il mio carattere. Era un periodo strano per la mia generazione, durante i miei 32/33 anni intendo, avevo come altri tanta voglia di dare la mia prospettiva al mondo che vivevo da idealista, sognatore incallito quale sono. La mia generazione cominciava a muoversi altrove, Spagna, Nord Europa, America, ci si rendeva conto che alcune cose sarebbe stato difficile riuscire a cambiarle in Italia. Nella mia realtà di quel momento vivevo una declinazione di questa verità, quella la scintilla e sono grato di aver avuto la possibilità di viverla.

In questo 2018 hai collaborato con Grazia Di Michele reinterpretando un brano del cantautore irlandese “Glen Hansard”, come è nata questa esperienza?

Semplice, mi ha contattato e ci siamo dati appuntamento in studio a Milano. Ci siamo presentati solo dopo aver registrato le tracce, ero arrivato prima ed ero già sul pezzo, avevo quasi finito la parte al piano. Così abbiamo continuato il flusso creativo e dopo aver finito la preparazione del brano, con soddisfazione, siamo passati a convenevoli e cena.Lei è una donna stupenda dotata di una grande e instancabile energia. È stato bello conoscerla meglio.

I critici ti hanno definito Crooner, Jazzista, sperimentatore … come si definisce Ivan Segreto?

Ma non saprei. Viviamo davvero da moltissimo tempo oramai una realtà musicale pluri contaminata e capisco anche quanto sia importante per gli addetti alla comunicazione semplificare il messaggio. La cosa che posso affermare abbastanza chiaramente e che il mio percorso artistico riflesso negli album che ho pubblicato rispecchia al meglio la mia crescita e curiosità artistica. Il fatto che il primo album sia un album ricco di cliché musicali non ha comunque nascosto la mia personalità, così come l’ultimo, decisamente più ricco e stratificato di forma e stile non ha nascosto la mia voce, intesa come personalità musicale.Questo per dire che non è importante il vestito bensì la sostanza. Posso tranquillamente affermare che i miei tratti si sono manifestati chiari dal primo all’ultimo lavoro. Io amo definirmi un cuore che vuole aprirsi al mondo, non è sempre facile.

La Sicilia è stata da sempre culla di grandi talenti, dal Maestro Franco Battiato, con il quale hai duettato con il tuo brano “Ampia” titletrack del tuo terzo album, a Mario Venuti, Roy paci, Carmen Consoli, Kunsertu per citarne solo alcuni, con chi senti di avere qualcosa in comune musicalmente?

Ah… in ognuno di loro trovo della bellezza e del carisma ma se devo scegliere, scelgo Battiato non tanto per le affinità di genere o stile ma per la sostanza della ricerca. Perché sento di condividere con lui un certo afflato verso l’intangibile, il divino, il creato, l’esistenza. Sicuramente abbiamo metodi e strumenti diversi ma la direzione è una. Ognuno sceglie che nome dare a quella forza tanto nascosta quanto palese che muove il mondo.In questo, che per me è sostanza, sento di essere in sintonia con lui.

Quanto è difficile proporsi senza maschere e non adeguarsi a quelle che sono le richieste del mercato discografico?

Tanto e poco allo stesso tempo. La vita in qualche modo finisce per ripagare i tuoi sforzi, la cosa incredibile è che non sai mai con certezza quale sarà la prossima moneta di scambio.

Quali sono i tuoi progetti attuali, stai pensando alla nascita di nuovo disco?

Ho tantissimi progetti, da nuovi brani originali a riletture di standard nostrani a esperimenti sul web. Vedremo…

Francesco Recchia

“Le cose cambiano” è tempo di “Bandiere” … Ce lo racconta Giorgio Ciccarelli

Fare canzoni, oggi. Trovare un nuovo senso a una vecchia forma e scrollarsi di dosso il passato. Giorgio Ciccarelli ha affrontato, con Bandiere, questa sfida. Bandiere è innanzitutto un disco di canzoni, che restano “dentro la testa” (uno dei titoli), per la forza e l’efficacia che vogliono avere musica e parole. Restano e poi crescono. Un disco che riflette questo tempo, restando però fuori dalle mode. Che raggiunge la semplicità, come obiettivo, girando al largo dal semplicismo. Un disco che affronta, senza paura, temi etici e politici. Perché le canzoni fanno anche questo. Devono farlo. I suoni parlano, aderendo con nitidezza a stati d’animo e riflessioni e le parole vogliono risuonare, recuperando l’uso delle rime in modo non banale. Rime che danno sonorità e persistenza ai testi di Tito Faraci, di nuovo al fianco di Giorgio Ciccarelli. Ma la musica, gli arrangiamenti sono la vera e più grossa novità di Bandiere. Il Cicca non ha avuto paura di osare e di andare oltre, in una direzione impensabile per lui fino a qualche tempo fa. Nessun synth era mai apparso nei dischi della sua vita precedente, mai. Oggi, proprio i synth e l’elettronica la fanno da padrone, questo grazie anche all’esperienza maturata nell’ultimo anno di tour suonato in duo con Gaetano Maiorano, dove l’uso massiccio di questi strumenti imperava. Dunque, Bandiere è un disco che sì, nasce da un profondo percorso interiore, ma anche e soprattutto dal confronto con il pubblico durante il centinaio di concerti seguiti alla pubblicazione di “Le cose cambiano”, primo disco solista di Ciccarelli. Ogni canzone di Bandiere è una storia, un argomento affrontato e sviscerato, un viaggio attraverso noi stessi e il nostro mondo. E in ogni canzone c’è un’invenzione, uno scarto rispetto ai canoni, un ribaltamento della prospettiva. Qualcosa che rimette in gioco tutto. Le cose sono cambiate, adesso e Bandiere è un nuovo traguardo e, allo stesso tempo, un nuovo inizio.

Dopo l’ascolto di questo splendido secondo lavoro di uno dei musicisti più influenti del rock italiano, ho cercato un confronto con Giorgio Ciccarelli per comprendere meglio alcuni aspetti di “Bandiere” e del suo mondo artistico.

  • Ciao Giorgio grazie per aver accettato l’invito a chiacchierare con me per rock and  roll here to stay, iniziamo l’intervista parlando di Bandiere, come mai hai scelto questo nome per il tuo nuovo album ?

Bandiere è il pezzo più rappresentativo dell’intero lavoro, sia a livello di testi, che a livello musicale. C’è dentro tutto quello che vorrei trasmettere alle persone che ascoltano il mio disco. Il testo è nato da una chiacchierata tra me e Tito Faraci, che ne è anche l’autore. Si discuteva della parte oscura che questo simbolo si porta dietro, di come in suo nome si siano commesse delle atrocità incredibili. Alla fine, ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti che non potevamo non fare una canzone su questo argomento. E così è stato

  • Il tuo primo lavoro ” le cose cambiano” è stata una grande sorpresa, esordio da solista e sopratutto ci ha fatto scoprire un nuovo Giorgio Ciccarelli, chi ascolterà il tuo nuovo album cosa deve aspettarsi ?

Deve aspettarsi qualcosa di diverso, un passo che va in un’altra direzione, mantenendo sempre una certa coerenza. Questi sono stati i presupposti con i quali mi son messo al lavoro per il secondo disco dopo ” le cose cambiano” e spero che le persone che ascolteranno Bandiere, sapranno cogliere questi diversi e per certi versi, nuovi aspetti del lavoro.

  • Dal 2015 sei stato un nomade suonando nei club di provincia in tutta l’Italia, portando la tua musica al sud, cosa ti ha lasciato questa esperienza ?

Dal 4 nov 2015 al 23 dic 2017 ho fatto 96 concerti in tutta Italia. È stata un’esperienza faticosa, ma gratificante e che ha contribuito non poco a farmi capire quale sarebbe stata la strada da seguire per il nuovo disco. Sì, perché durante questi concerti, lo scambio con la gente è stato qualcosa di reale e di palpabile. Ho capito cosa piaceva a me e cosa piaceva a loro ed ho fatto tesoro di questa conoscenza, cercando di portarla nel disco

  • Per l’uscita del tuo secondo lavoro ti sei affidato a “Musicraiser”, mi spieghi il perchè di questa scelta?

Diciamo che l’idea di far finanziare il proprio disco ai propri estimatori, mi spingerei a dire che è quasi rivoluzionaria. Soprattutto se si guarda il contesto storico in cui la produzione musicale sta vivendo. Non si vende più un disco, la musica è considerata poco più che un passatempo, non c’è speranza di rientro per gli investimenti fatti per la produzione. Ma ci sono ancora artisti che hanno qualcosa da dire e che sentono il bisogno di fare musica. E allora, rivolgersi alle persone che ti seguono e che ti apprezzano, mi sembra l’unica strada percorribile ed onesta.

  • Hai ringraziato chi ha sostenuto il tuo progetto con delle foto/fumetto dal tuo account social, questa è una scelta continuativa, quella di essere legato in quache modo a questo tipo di arte raffigurativa ?

Uhm, a dir la verità c’entra poco la scelta continuativa, mi sembrava semplicemente una bella idea e l’ho realizzata. Ma forse, inconsapevolmente, continuo a battere quella strada, perché effettivamente, sono affascinato da quel mondo, da quel tipo di arte, soprattutto dopo aver conosciuto di persona alcuni artisti visivi e aver capito meglio il mondo in cui si muovono.  In questo senso, sì, si può parlare di scelta continuativa.

  • Con il tuo secondo album hai rafforzato il sodalizio artistico con Tito Faraci a cui hai affidato la realizzazione dei testi dove è nata questa intesa ?

Nasce prima di tutto da un’amicizia, da una stima reciproca e da un modo molto simile di vedere le cose del mondo. Ti parlavo prima della genesi del testo di Bandiere, ci siamo ritrovati perfettamente nell’affrontare quel discorso ed avevamo una posizione molto simile. Questa visione molto simile, permette a lui e a me di entrare perfettamente in sintonia quando si scrive e quando si canta e quando si parla di un testo, di quel che si vuole comunicare.Io e Tito ci conosciamo dalla seconda metà degli anni 80, ci siamo frequentati molto in quel periodo, poi c’è stato un black out di quasi vent’anni dove ognuno ha preso ed intrapreso la propria strada. Ci siamo ritrovati nel 2015, nel backstage del primo concerto della reunion dei Colour Moves e ci siamo ritrovati a parlare come se fosse passata una settimana dall’ultima volta che ci eravamo visti e da lì è rinato tutto

  • Qualcuno che non conoscendoti, leggendo questa intervista potrebbe non sapere che sei un personaggio ha dato un importante contributo alla musica rock Italiana, cosa ti ha spinto nel 2015 ha rimetterti in gioco ?

Il “problema” è che sento il bisogno di far musica, di suonare, di esprimermi e il fatto di essere stato fatto fuori dal gruppo in cui suonavo, non poteva fermare quella che per me è una ragione vitale di espressione. Per cui, è stato molto naturale continuare a comporre e a produrre musica.

  • Le testate giornastiche e le web fanzine reputano il rock in Italia morto, dando la stessa importanza e rilevanza al Rap, il tuo pensiero qual’è ?

Non so se il rock sia morto o meno, il fatto certo è che il rock non ha più quella forza eversiva, ribelle, che ha avuto su intere generazioni, così come la ha avuta il punk e di seguito, in maniera più “intima”, la new wave. Quel tipo di musica, non comunica più con i giovani che sono i naturali destinatari del genere “ribelle” (ovviamente sto generalizzando, ma è giusto per non dilungarmi…), al suo posto c’è il rap con tutte le sue derivazioni. Tutto questo te lo dico con una certa sicurezza visto che ho due figli adolescenti che ascoltano musica e ascoltano quella musica, non certo la mia.

  • Il mio augurio più grande è quello di non essere etichettato come ex “Afterhours” ma semplicemente ” Giorgio Ciccarelli “, ti infastidisce che qualcuno ti releghi solo ad essere l’ex chitarrista di un gruppo e non artista, a mio parere bella realtà Italiana ?

Ho 50 anni, ho tre figli, ho fatto cose e ho visto gente…. Chiunque può darmi l’etichetta che più gli piace, la cosa non mi preoccupa. E’ tutto vero, sono stato il chitarrista degli Aferhours per 15 anni ed è stata una esperienza parecchio formativa. Oggi suono con il mio nome. Mi auguro che, da qualsiasi punto di vista mi si voglia guardare, chi guarda, possa trovare uno stimolo per ascoltare cosa faccio oggi

  • Giorgio se sei stato bravo nel metterti in gioco, sicuramente sei un sognatore, il tuo cassetto cosa contiene ?

Guarda, mi faccio quasi noia da solo, perché il mio sogno nel cassetto è più o meno sempre quello da anni… Ed è quello di riuscire a fare di quest’hobby un lavoro vero, serio e remunerato a sufficienza.

Il nuovo album di Giorgio Ciccarelli “Bandiere”  dal 31/03, grazie ad Audioglobe distribuzioni, lo troverete anche in versione vinile nei negozi di dischi, Vi consiglio di ascoltare questo bellissimo lavoro, una gran bella realtà.

 

Eloisa Atti si racconta con la sua musica e le sue estremità

Ci sono artisti che riescono attraverso la loro musica, a raccontarsi, ad essere unici e riconoscibili mediante l’ascolto. Eloisa Atti rientra in questa cerchia ristretta : il suo ultimo lavoro “Edges” in uscita venerdi 23 febbraio è un melting pot di suoni, racchiusi e coordinati con grande raffinatezza e  armonia.

Ho avuto la fortuna di ascoltare l’album ed approfondire il discorso con la cantante e musicista bolognese.

Buongiorno Eloisa, grazie per aver accettato l’invito a chiacchierare con noi di “Rock and roll here to stay”

 

Il tuo album Edges nasce con Missaggio a Tucson nei prestigiosi “Wavelab Studios” di “Craig Schumacher” noto produttore ed ingegnere del suono che ha collaborato con artisti del calibro di “Calexico”,”Amos Lee”, quali sensazioni hai provato nel veder nscere il tuo lavoro con la collaborazione di questo grande personaggio?

 

Quando Craig ha accettato di lavorare al mio disco e mi ha fatto i complimenti sul lavoro svolto, ho provato una grande felicità, anche perché non è uomo da perdersi in smancerie. Dopo è arrivato il momento dell’atto di fiducia: gli ho consegnato il “figlio” in affido e ho aspettato trepidante di vedermelo restituire cresciuto, trasformato. I bounce mi arrivavano di notte e avevano il suo carattere. Nel momento in cui premevo “play” il cuore batteva forte per poi sciogliersi in spazi immensi, che nella mia mente si coloravano di terra rossa e ocra.  Ricordo bene la sensazione di vastità perché mi ha richiamato la stessa emozione che provai da ventenne, in un coast to coast con un gruppo di amici: nella notte di S. Lorenzo eravamo distesi sull’asfalto caldo nei pressi della Monument Valley e, sotto un cielo incredibilmente vicino, aspettavamo in silenzio la danza di quelle stelle che parevano enormi.

Rispetto al tuo precedente lavoro “Penelope”, al primo ascolto di “Edges” si evince un enorme cambiamento di sonorità, chiudendo gli occhi sembra essere in un Jazz club agli inizi degli anni 60’, è un album che ti porta a sognare, come è nato?

Hai ragione, la sonorità è molto diversa, ma un motivo c’è. Penelope era un concept album: un microcosmo di generi diversi coi quali ho voluto caratterizzare ogni personaggio, oltre che tramite il testo. Mi sono avvalsa di numerosi ospiti, anche provenienti da mondi musicali molto distanti, lo stesso si può dire per gli strumenti utilizzati e per le diverse voci soliste che hanno interpretato la mia visione personale dei protagonisti dell’Odissea.Per Edges ho cercato invece una consistente unità di suono, data dalla band, una e solida, dal mixaggio pieno di carattere di Schumacher e dal prezioso lavoro sul master compiuto da Giovanni Versari, un’eccellenza in materia. Gli ospiti sono stati pochi e importantissimi, in particolar modo Antonio Gramentieri che, oltre a partecipare con la sua suggestiva chitarra, mi ha regalato consigli preziosi. Edges è nato da un’esigenza di accordi basici, abbastanza vuoti da far risuonare e risaltare la melodia e i colori. Avevo bisogno di spazio per riempirlo di sogni.

“Edges” è la traduzione Italiana di Estremità, quanto sono importanti per te le estremità in musica?

La mia musica è fatta di estremità. Non sono una purista di un solo genere musicale, anche se ammiro e rispetto chi lo è. Cerco la bellezza e l’empatia in tutto, anche in una nota lunga, intensa. Nella mia vita ho suonato e cantato musica classica, jazz, brasiliana, fado, blues, canzoni spagnole e francesi e ho ascoltato altrettante cose diverse.  Quando compongo, immagino si sentano echi di tutte queste cose, con maggiore o minore intensità. Tra Penelope e Edges, per esempio, ho realizzato “Everything happens for the best”: un omaggio a Billie Holiday con un sestetto di eccezionali musicisti della scena jazz, tra cui Pintori e Senni, presenti anche nell’ultimo album.

La band che ha contribuito alla nascita di questo splendido lavoro che rapporto ha con te?

Un rapporto di grande amicizia e collaborazione, addirittura con Bovi e Senni è ormai ventennale. Sono tutti talmente bravi che penso sia impossibile sbagliare un disco con una band così. Potrei anche ululare e loro lo saprebbero trasformare in musica!

Con un album internazionale come “Edges”, ti piacerebbe portare il tuo lavoro in giro per il mondo?

Moltissimo. “Edges” sono anche i confini e i confini mi fanno sempre venir voglia di andare a vedere cosa c’è di là!

Hai delle date promozionali dove i nostri lettori possono ascoltarti live?

La presentazione ufficiale sarà al Teatro Petrella di Longiano il 9 marzo e il giorno dopo saremo alla fiera “Tempo di libri” a Milano, ospiti di Radio3, prima a L’idealista poi a Fahrenheit. Poi saremo il 15 al Ca’ Sana di Padova. In aprile saremo in Lombardia, in Sardegna e di nuovo in Emilia, ma per essere sempre aggiornati e per restare in contatto con me, vi segnalo la mia pagina facebook: facebook.com/eloisaattigigs

Quale brano senti più tuo?

Nelle mie canzoni c’è sempre qualcosa di me, come nell’intimità di “The rest of me”.  Addirittura capita che esprimano quello che ancora non ho accettato di razionalizzare. “Edges” forse è il brano più potente in questo senso, con la protagonista in fuga che va esaurendo il respiro: rileggendo il testo dopo mesi mi sono accorta di quanto la terza persona della narrazione fosse in realtà un prodotto della prima. Ma non sono sempre così drammatica, anzi tutt’altro! “Blue eyes blue” rappresenta bene la mia abitudine a giocare e ironizzare anche su qualcosa che mi fa soffrire.

C’è un artista alla quale sei legata da cui hai tratto ispirazione, con cui ti piacerebbe duettare?

“Billie Holiday”, “Lhasa De Sela”, “Johnny Cash”, ma per duettare mi prenderei ancora un po’ di tempo da queste parti…Scherzi a parte, visto che me lo chiedi, nei miei sogni quando ho scritto “Each man is God” sentivo una controparte maschile che aveva la stessa voce di “Mark Lanegan” :-)))

Grazie mille e spero di poter continuare a sognare con i tuoi prossimi lavori

Grazie a te per queste belle domande.

Consiglio ai nostri lettori di ascoltare “Edges” davvero uno splendido lavoro .

 

Francesco Recchia